Parlando di Carl Barks, non si può
fare a meno di considerarlo il “Deus ex machina” della
narrazione a fumetti disneyana. Prima di lui Paperino e compagni
avevano attraversato varie fasi: dall’esordio nella “Gallinella
saggia”, cartoon dalla morale alquanto “Wasp”, Paperino
diventa un cittadino ma conserva la natura di pigro sfaccendato. Tralasciando
la fase dei cartoon di propaganda bellica, e dando per scontato il fondamentale
apporto di Al Taliaferro, è Barks che evolve la personalità
del papero più amato del mondo e la ammorbidisce, creando
altresì le basi dell’universo di Paperopoli
e dintorni. Dalle pure gag
nelle quali Donald Duck aveva
esordito, e nelle quali Barks pure era maestro, le avventure divengono di più ampio respiro, naturalmente con la nascita di
Zio Paperone.
In realtà, il modello grafico di un papero con le basette
e gli occhiali era nato prima dell’esordio
Barksiano
del Natale sul Monte Orso, e cioè in un cartone
del periodo di propaganda bellica degli anni ’40. Chi
scrive non sa se il primissimo modello fosse altresì ascrivibile a
Barks, fattostà che un personaggio “simbolico”
come quello del cartone diviene poi “reale”
col
nome di Uncle Scrooge.
Era in effetti tipico della produzione disneyana di quegli anni concepire
i personaggi come modelli
che potevano essere ripresi divenendo
qualcos’altro come se nulla fosse. In un vecchissimo cartone in bianco
e nero, ad esempio, i critici vedono in una mucca (non antropomorfa) il prototipo
di Clarabella. C’è qui una questione forse insita nella mentalità
americana: in teoria, tutto è possibile, tanto più
con la fantasia. Si pensi a Topolino: secondo Disney, il topo era “veramente”
sposato e nei cartoni corteggiava ancora Minni solo perché i personaggi
erano trattati alla stregua di “attori”.
E secondo questa mentalità sembrava operare anche Barks, per cui la
fantasia era fantasia e basta, e la coerenza
è forse un tratto più tipico, in generale,
di una
mentalità italiana. Per noi un personaggio è un entità
con un nome che gli fornisce un ruolo reale; un modello grafico anche uguale
ma non ancora definito è per noi un prototipo. Per gli americani no:
con le definizioni si può fare quel che si vuole e se il prototipo
(evidente) di Paperone fosse un fatto risaputo si potrebbe parlare dello stesso
personaggio. Purtuttavia, Barks non pose mai l’accento su questa genesi
del Paperone che conosciamo (….); comunque, ciò che conta qui
è evidenziare una mentalità del modello narrativo
che lasciava una certa libertà, tipica oltretutto delle fasi ancora
giovani e felici delle creazioni artistiche. E’ così che per
Barks non è un problema riprendere più volte in mano la questione
dell’eredità di Zio Paperone come se la prima storia al riguardo
non fosse mai esistita, o definire la parentela di Paperino con Gastone in
modi diversi in storie diverse. E ci potrebbero essere tanti esempi.
Sta di fatto che Barks ha creato un mondo riconoscibile per cui si è
posto il modello della continuazione in modo degno. Ormai lontani dalle origini
dei personaggi, una volta ritiratosi Barks si è aperta forse la fase
più felice della scuola Disney italiana, con gli anni
‘70 e ‘80.
Ma c’è il problema della continuazione filologica
dell’universo Barksiano. E qui entrò in campo Don Rosa,
artista del Kentucky talmente appassionato di Barks da decidere di scrivere
storie sui paperi eliminando le possibili contraddizioni che non gli andassero
a genio per consegnare alle stampe, con la sua Saga di Paperon De
Paperoni, una visione del personaggio in questione.
Secondo quanto emerge dalla Saga, i Paperi vivono intorno agli anni
'50
in una città, Paperopoli, nell’immaginario stato
del Calisota, già inventato da Barks, e ritagliato da Don Rosa in
un preciso angolo della California. Differentemente da quanto raffigurato
da Barks che immaginava sì la città nello Stato del
Calisota
(chiaro gioco di parole tra California e Minnesota), ma
come una città-stato a sé non molto estesa e sicuramente non
situata al posto di una città realmente esistente (Eureka), come fa
invece Don Rosa. (Ricordiamo per inciso che lo stato in questione veniva chiamato
in alcune storie italiane “Calidornia”.) Ci si domanda perché
un autore che voglia eliminare le contraddizioni narrative sia il primo a
introdurre una visione “pragmatica” differente da quella barksiana,
che fa dubitare appunto dell’impianto generale semifavolistico
delle storie dell’autore che tanto stima. Barks in effetti non avrebbe
razionalizzato il tutto con questa ossessività, avendo creato un piccolo
stato immaginario ad hoc per un contesto immaginario (sebbene inizialmente
immaginasse Paperopoli vicino a Burbank, ma poi dichiarò che la città
non aveva una locazione precisa in quanto luogo di fantasia che doveva adattarsi
alle esigenze narrative). Ma si può andare oltre. E notare come Rosa
elimini dei riferimenti temporali espliciti nelle sue storie più generali
poiché, come afferma, in questo caso non si pone il problema
di quando avviene precisamente una storia
(secondo l’autore,
in teoria tutte le storie della “contemporaneità” dei paperi
avvengono negli anni ’50 e le vicende della Saga sono riferibili altresì
a un periodo preciso); semplicemente non menziona il problema, giusto in caso
la collocazione temporale degli eventi presentasse qualche sorpresa inaspettata
sul piano della coerenza. Perché allora creare una serie di riferimenti
cronologici nella Saga, e comunque perché farlo cambiando le indicazioni
barksiane sul mondo dei paperi?
La risposta sta nel fatto che Don Rosa ha una concezione del realismo
narrativo
diverso da Barks. Quest’ultimo si contraddiceva in
alcuni dettagli, ma la narrazione era un grande gioco artistico dalla quale
sono emersi dei clichè
apprezzati dopo decenni. Rosa,
invece, vuole razionalizzare tutto, ma a modo suo,
il che sembra tipico di un fan di cui apprezzare la buona volontà,
ma che forse ha calcato un po’ troppo la mano. Anche se c’è
da dire, in onor del vero, che Don Rosa crea forse di proposito un’ambiguità
nelle sue produzioni, non inserendo riferimenti alla modernità per
mantenere intatta la sua linea temporale e allo stesso tempo poter far pensare
che il tutto si svolga nel presente, creando trame “senza tempo”.
Il discorso del rapporto tra i due autori va però oltre, poiché
ad esempio Don Rosa ha realizzato dei seguiti delle storie di Barks
e in almeno un caso ha concluso una stessa storia del Maestro, nella quale
Archimede Pitagorico ha a che fare con dei topi in maniera molto particolare.
Ora, la pretesa d’inserirsi direttamente nel filone Barksiano è
forse un po’ spinta, considerando che Barks stesso forse non approvava
più di tanto il suo lavoro esprimendo invece giocosa simpatia
per la Scuola italiana, ma perlomeno vengono in aiuto un paio di
considerazioni: la prima è che, se contraddizioni ci sono, allora siamo
liberi di non prendere per ufficiali i seguiti. La seconda è,
nello specifico, il fatto che di quella stessa storia completata da Rosa esiste per contrappunto
un completamento fatto da un altro autore,
cosicchè l’unica cosa certa
in un caso come
questo è l’incipit
di Barks. E la intendiamo
appunto come ci pare. Su una cosa sono tutti d’accordo: i”veri”
fumetti dei paperi iniziano da Barks in poi, potendo concepire le
storie degli inizi
come acerbe
rispetto a quanto
sarebbe venuto dopo.
Un’ultima cosa si potrebbe dire: a parte le origini di Paperone, e la
passione per le disquisizioni filologiche, i fan si godono sicuramente il
“durante” del personaggio e quella vignetta sulla morte
del papero più ricco del mondo
fatta una volta da Don Rosa
in via “ipotetica” non era necessaria. Davvero. Soprattutto considerando
che, in seguito, Don Rosa ipotizzò, in barba alla cronologia da lui
stesso teoricamente promossa, che la scena che vedete qui sotto potesse essere
“accaduta” precisamente nell’anno della sua realizzazione,
cioè il 1991………anche se l’autore stesso non
è propenso a ritenerla una situazione “reale”.