C’è una questione di fondo che pervade il corpus narrativo
disneyano: un certo utilizzo astratto dei personaggi a fini di immagine
e merchandising.
Un utilizzo più intensivo dei propri personaggi la Disney non potrebbe
fare…A momenti, ci sono anche se non te ne accorgi. Ma soprassediamo.
Il punto è che se gli autori di fumetti si danno da fare per descrivere
le gesta dei personaggi in giro per il mondo e per le epoche, arriva il
giorno dopo un programma televisivo in cui inspiegabilmente la casa di Topolino
diventa una sorta di Playschool solo perché in quel momento sono
sintonizzati sul televisore dei bambini in età prescolare. O capita
che vengano create delle serie televisive ad hoc in cui i nipotini di Paperino
sono adolescenti o Pippo può avere un figlio, un po’ discotecaro
e quindi solo per gli anni 90 (!?). In pratica, prodotti di consumo
come esigerebbe l’utilizzo del copyright.
Sarebbe interessante notare come si sia prolungato il diritto d’autore
sulle raffigurazioni di questi personaggi per molto più tempo di
quanto ci si potesse aspettare. A parte questo, qui si vuole sottolineare
come il valore di immagine si disgiunga da una narrazione
vera e propria. Né la filologia né la memoria collettiva dei
personaggi prenderanno sul serio certe questioni, semplicemente
perché non vogliono essere prese sul serio. Ciò
che conta è invece capire come un marchio contenitore
sia di per sé orientato al profitto e può essere concepito
come un grosso distributore. L’emozione viene creata, ma deve nascere
in chi ne usufruisce. E per questo ci poniamo una domanda: nel momento in
cui per ipotesi scadessero i diritti d’autore sui personaggi in questione
(perlomeno nelle loro raffigurazioni, poichè personaggi come Topolino
sono in effetti marchio registrato, destinato a rimanere di proprietà
Disney finchè generino commercio e profitto), divenendo essi di dominio
pubblico, cosa resterebbe più impresso nella mente collettiva?
Si parla qui di un valore di immagine, ma ben diverso
dall’immagine di sfruttamento
aziendale. Ed è forse
questo un potenziale punto di incontro
tra il fumetto e
il suo pubblico. Ma non quello fondamentale. Perché
in effetti, dopo infinite discussioni, non si deve
finire
per rivendicare una libera interpretazione, e comunque
non in maniera casuale.
I fumetti Disney, e quelli dei Paperi, sono il riflesso di un’espressione
artistica nata nel secolo scorso
e che oltre una coerenza
di fondo
hanno riflettuto per molti versi la visione di
un’epoca, a partire dal capitalismo
di Zio
Paperone e passando per l’imborghesimento
di Paperino,
oltre che per la voglia di evasione culturale. Non lo diciamo per essere
scontati, ma comunque non siamo d’accordo con l’inflazionare
i personaggi al di là del loro ambito. Siamo per i classici e una
visione dei Paperi ambientata nel secolo scorso, con una lieve elasticità
temporale
di alcuni decenni e il contributo
specifico della scuola di fumetti italiana al canone
perlopiù Barksiano, ma non vediamo come i personaggi possano esistere
in eterno se magari i risultati artistici possono essere altalenanti.
Voi cosa pensate? In concreto.